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La Cultura è il colore delle bandiere rivoluzionarie
Elias Letelier

(Titolo originale: Svegli le brigate rosse)

La negazione della cultura, da parte della sinistra, è un crimine politico, un tradimento che sottintende la liquidazione di una voce collettiva che si manifesta attraverso quella di un individuo. Questo comportamento non è diverso dai roghi di libri ordinati dai conquistatori, dagli schiavisti o da dittatori dementi nel corso della storia dell’umanità.

Il nostro nemico attuale non è solo il capitalismo, non è unicamente l’imperialismo, ma è l'incapacità politica di coloro che pretendono e cercano di trasformarsi in guide dell’umanità e che in nome delle grandi idee che sostengono sbriciolano la creatività e l’immaginazione in un'azione che è quasi comparabile al rogo dei libri.

Non bisogna dimenticare che il rogo dei libri a Berlino e in altre città tedesche fu l’inizio di una repressione collettiva il cui primo passo, con la distruzione delle biblioteche pubbliche, era destinato ad eliminare "l’intellettualismo ebraico", miserabile azione realizzata anche in Cile nel 1973 con l'assalto al potere da parte dei militari cileni, operazione partita dagli Stati Uniti. Ricordo quei momenti iniziali della dittatura, quando i militari entravano nelle case e, dopo averci picchiato, portavano via i libri e li bruciavano nelle strade, in immensi falò. Il primo assalto dei nuovi padroni è stata la distruzione della cultura e la nostra prima risposta è stata la costruzione di un apparato culturale clandestino e di una forza sovversiva e militare destinata a difendere la nostra cultura e la nostra identità politica e sociale.

Di conseguenza, dopo aver dedicato tutta una vita alla difesa della cultura, dopo aver vissuto ed essere sopravvissuto a crudeli repressioni, come è possibile essere complici dell’ignominia dell'attuale sinistra atomizzata che si riempie la bocca di bei discorsi mentre si rifiuta di costruire una piattaforma culturale adeguata alle grandi lotte sociali? E' dunque evidente che ci sovrasta un'enorme minaccia e quei testardi che insistono a relegarci in un ruolo meramente decorativo, solo fanno il gioco del nemico che si è prefisso di distruggere ogni vestigia culturale delle nostre società.

Questi macellai politici che con la loro magniloquenza insistono nel proporsi come guide dell’umanità, esasperati per mantenere i loro spazi, rinnegano gli stadi più sofisticati della creatività umana: l’arte e la letteratura. Il dominio politico, il dominio economico, il capitalismo hanno come primo obiettivo la eliminazione e lo stravolgimento della cultura e, negandola, impongono un’alterata visione della realtà.

La storia deve servirci per rafforzare il nostro lavoro di liberazione. Basti ricordare che a solo tre mesi e mezzo dalla presa del potere da parte di Adolfo Hitler, già ardevano i primi falò davanti all’università Friedrich Wilhelm di Berlino, sotto la diretta sorveglianza di Joseph Goebbels, nominato da Hitler pochi giorni prima ministro per la Comunicazione Popolare e la Propaganda del Reich. Questo scempio può essere paragonato solo alla distruzione dell'impero etrusco, sulla quale si è basato l'impero romano. Questo genocidio iniziò con l'arte e la cultura ed ebbe l'appoggio di un nuovo ceto di intellettuali, studenti nazionalsocialisti che gettavano alle fiamme opere catalogate come "degenerate" e anti tedesche, che includevano scrittori quali Heinrich Mann, Sigmund Freud, Karl Marx, Kurt Tucholsky, Karl von Ossietzki e Erich Kastner.

Si ha l’impressione che la sinistra atomizzata non abbia imparato nulla da questi “libricidi” commessi dai dittatori e da coloro che hanno cercato di prendere il controllo di una collettività umana attraverso l’eliminazione della cultura e della creatività. Solo una sinistra svilita, quindi, può arrogarsi il diritto di negare la cultura per mezzo della strumentalizzare delle Arti e della Letteratura.

Le lotte per l’indipendenza, le rivolte popolari devono avere tra i loro primi obiettivi il recupero di una identità culturale che corrisponda ad un modello economico e geo-politico. Per questo, tra l'altro, esistono gli eserciti: per difendere le identità culturali e la cultura legata ad un modello di vita che contempla il rapporto tra l'individuo e la collettività con il circostante mondo esterno.

Le lotte rivoluzionarie sono un insieme di azioni destinate a stabilire seri cambiamenti sociali, abbracciando dal concreto le espressioni sociali più astratte della società, prendendo come punto di riferimento d'urgenza e come primo passo, il modello di sfruttamento e il trasferimento dei mezzi di produzione. Ma un'organizzazione rivoluzionaria che non abbia un programma culturale è, in conclusione, un'organizzazione morta, in quanto non prevede la presa del potere e il controllo dello stato nel suo programma di lotta e si trasforma o opta come mera esistenza per sviluppare un mero ruolo di agitazione, simile a un mulinello di vento.

Che fare, allora, quando anche la sinistra si trasforma in una forza che elimina la cultura attraverso un programma decadente, utilitario e che assegna all'Arte e alla Letteratura un ruolo decorativo destinato ai grandi discorsi?

Che fare quando questa sinistra degradata si impegna con ostinazione a negare il valore della cultura e mantiene una strana opposizione alla creazione di un programma o di una piattaforma culturale nel campo delle lotte sociali antimperialiste e sovrappone alla cultura una astratta teoria della società, attribuendole solo un ruolo marginale nella disobbedienza passiva e di decorazione per le perorate politiche?

Come è possibile che i creatori artistici possano unirsi alle lotte sociali se essi stessi sono le prime vittime di un movimento cieco e quindi reazionario?

La soppressione del pensiero creativo passa radicalmente attraverso l’eliminazione del libro e quindi delle forme estetiche che si divulgano attraverso la carta stampata. Non è raro che queste organizzazioni che vantano grandiosi discorsi di sinistra, pieni di megalomanie, sfacciatamente non pubblichino, sui loro mezzi di comunicazione stampati od elettronici, sezioni o colonne dedicate alla difesa ideologica delle Arti e della Letteratura.

Questa manifestazione equivale inesorabilmente alla distruzione dell’Arte e della Letteratura e, al non proteggerle, si trasforma, per il beneplacito della nostra stessa miseria e persecuzione costante, in un cavallo di Troia del nemico: l’imperialismo.

Ricordiamo le prime manifestazioni primitive, nella Cina del 213 a.C., quando il primo sovrano della nuova Cina unificata, Sheh Huang-ti, ordinò che venissero bruciate tutte le copie della prima antologia della poesia cinese, compilata da Confucio duecento anni prima.

Sorge ora una domanda: come è possibile difendere una lotta di trasformazione se il creatore artistico è costretto a dedicare gran parte della sua energia creatrice per difendere il diritto ad esistere in mezzo a una lotta che rinnega l'Arte e la Letteratura? Indubbiamente la crisi della sinistra non è solo legata alla ferocia del capitalismo ma anche, tra l'altro, alla sua incapacità tattica di fronte allo sviluppo della cultura e che è la principale ragione che giustifica la sua esistenza.

Fermiamoci per un istante a pensare a ciò che sta difendendo la Libia, al di là dell'ideologia; a ciò che sta difendendo Cuba al di là dell’ideologia; a ciò che sta difendendo il nuovo Venezuela al di là dell'ideologia; a cosa difendono i Paesi Arabi o la Palestina al di là dell’ideologia; la nostra risposta conclusiva, indubbiamente, è che difendono un modello culturale e, quindi, sociale e politico.

La crisi della sinistra odierna non è una mera crisi politica ed ideologica bensì una crisi profonda di carattere culturale. La lotta culturale rivendica l’idea, ricreando le forme difensive sociale, mediante l'esaltazione dei valori rivoluzionari d'avanguardia dell'ideologia che si difende. Il prendere a sassate i McDonalds non è un atto anticapitalista o antimperialista consapevole, bensì una manifestazione primitiva destinata ad esprimere uno stato d’animo tanto legittimo quanto carente di creatività. Come un'unica manifestazione di una dirigenza ribelle, ciò evidenzia l’inesistenza di una piattaforma culturale adeguata per la difesa dell'intromissione socio-culturale dei modelli di sfruttamento che rendono possibili i Mac Donald e le loro linee di produzione. L'avanzamento dell'imperialismo negli Stati Uniti è preceduto da un dominio culturale basato sul consumo dell’offerta e della domanda. Questo non può essere ridotto ad un mero modello ideologico di proteste da Foro, ma deve essere messo a confronto partendo dalla prospettiva della cultura.

Abbiamo mai pensato alle conseguenze che ha avuto per il Nicaragua sandinista l'abbandono della cultura, dopo che i "Comandanti", inebriati di potere, concentrarono la difesa della rivoluzione sulle forze militari ed abbandonarono la prima difesa interna, che era stata la lotta culturale, all'interno della rivoluzione? No!! La fine della rivoluzione nicaraguese è il risultato dell'abbandono della cultura rivoluzionaria e si è verificato quando la dirigenza abbandonò i motivi della rivoluzione e optò per la destra, verso la socialdemocrazia. (La guerra già la avevamo vinta e in quei giorni io partecipavo nel VI dipartimento alle riunioni per la resa del nemico).

In Nicaragua, all'inizio della rivoluzione, tutti cantavano; leggevano le loro opere scritte; le recitavano; la corrente naïf con cui si esprimevano i pittori suscitava grande interesse a livello internazionale; la danza si era riscattata e il balletto nazionale esprimeva il folclore in stile classico; le rappresentazioni teatrali passavano dal realismo al surrealismo. Tutte le forme di creazione artistica si erano convertite nella prima difesa ideologica e nel primo fronte di battaglia della rivoluzione. Le incapacità politiche e lo sciovinismo, però, ridussero le espressioni culturali ad un mero corpo di ballo, destinato ad abbellire il discorso dei comandanti della rivoluzione. Ancora: solo loro avevano diritto di parola, eliminando ogni critica e, di conseguenza, la creatività della rivoluzione.

Quando parliamo di una sinistra anticulturale, che assegna un ruolo secondario ai suoi intellettuali e manca di una piattaforma culturale, stiamo riferendoci ad un imborghesimento neo-liberista che distrae e distrugge un elemento chiave del movimento di resistenza contro il dominio dell'imperialismo degli Stati Uniti. In questo senso, queste organizzazioni che si ritengono detentrici di un "destino" antimperialista che nonostante si identifichino con i movimenti rivoluzionari d'avanguardia, sono una negazione delle rivoluzioni e sono parzialmente cieche di fronte alla più grande minaccia contro i nostri sogni di indipendenza e di sviluppo reale di fronte all'attuale nemico: il capitalismo con il suo rappresentante per eccellenza, gli Stati Uniti.

Quando all’Arte ed alla Cultura si assegna un ruolo ornamentale e utilitaristico, allora la sinistra assume la stessa posizione dei paesi capitalisti che assegnano alla creatività il ruolo neo-liberista di una Hollywood o di una mera propaganda, con la differenza che in questo caso il mercantilismo capitalista arriva alle grandi masse e guadagnano soldi a man salva.

Per uscire da questo periodo oscuro che vede molti dirigenti di una sedicente sinistra creare associazioni antimperialiste e anticapitaliste nello stesso modo con cui si creano sette religiose nelle selve dell’Amazzonia, abbiamo bisogno che il lavoro culturale e la rappresentazione (ri-creazione) della realtà sia un vero movimento di massa che rappresenti il sogno e i desideri dell’umanità. Dobbiamo dare impulso alla conoscenza ed irrobustire le ideologie e, per far ciò, sono necessari apparati militari clandestini che, tra i loro compiti, abbiano quello della salvaguardia degli interessi culturali delle nostre organizzazioni rivoluzionarie e di proteggere le "nostre" culture dal mercantilismo neo-liberista e dalla perdita d’identità della nostra decadente sinistra.

Assisi, Italia 2003